H3+

Uno dei ritorni tanto graditi e attesi di questo 2017 è stato sicuramente quello di Paolo Benvegnù, cantautore di spicco della scena indie rock italiana attuale.
A distanza di tre anni dalla sua ultima pubblicazione discografica, egli torna sulle scene con una nuova, ennesima, fatica discografica che non delude le aspettative ma riconferma ancora una volta il suo prezioso talento come musicista e autore di testi colti e raffinati. H3+ è il titolo del suo nuovo progetto musicale, uscito il 3 marzo per l’etichetta Woodworm label, e rappresenta a tutti gli effetti un’evoluzione nel suo percorso artistico, distaccandosi in parte dalle opere precedenti per l’inserimento di sonorità più elettroniche pur mantenendo quella poeticità di fondo, da sempre tanto cara al cantautore milanese.
Chi come me si è lasciato conquistare dalla bellezza e dalla profondità di opere come Hermann (2011) e Eart Hotel (2015), non potrà rimanere indifferente ascoltando le dieci splendide canzoni di questa nuova opera, che va a completare quello che possiamo definire un trittico magistrale. L’ex leader degli Scisma torna quindi a dire la sua con un disco che, almeno per me, si è già guadagnato un posto di tutto rispetto nella classifica delle migliori uscite di quest’anno.
Mettetevi comodi perché le cose da dire a riguardo sono molte. Quello che ci troviamo davanti è un disco di grande spessore.

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Le Nuvole

Immaginate, per un solo istante, di chiudere gli occhi e tornare indietro nel tempo. Molto molto indietro, fino al 423 a.C. Siamo ad Atene e un certo Aristofane, di professione commediografo, sta lavorando alla sua nuova rappresentazione teatrale, dal titolo “Le Nuvole”. La storia ha per protagonisti il vecchio Strepsiade e suo figlio Fidippide, rampollo che si diverte a sperperare tutto il denaro nelle corse ai cavalli, finendo con il far indebitare il povero padre. Un giorno quest’ultimo, stanco di pagare i debiti del figlio, lo spedisce alla scuola del filosofo Socrate, in modo tale che possa maturarsi un po’ e imparare a cavarsela da solo con i creditori in futuro. Giustamente voi vi chiederete il perché di questo racconto. Per potervi rispondere è necessario compiere un altro balzo temporale, con destinazione un’epoca più vicina alla nostra. Genova, 1990 : il poeta e cantautore genovese Fabrizio De André è impegnato nella scrittura del suo prossimo album, quando si ritrova per le mani una storia alquanto bizzarra. Indovinate un po’ quale? La commedia di Aristofane! Ed è proprio da lì che prenderà vita il suo nuovo progetto musicale, dal titolo omonimo.

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Nursery Cryme

Il disco che ho scelto di recensire per questo secondo articolo è Nursery Cryme, della rock band inglese Genesis e dato alle stampe nel 1971 dalla casa discografica Charisma Records.

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I Genesis sono un gruppo rock inglese fondato nel 1969 da alcuni giovani studenti della Charterhouse, un college situato nei pressi di Londra e frequentato per lo più da ragazzi benestanti, appartenenti  alla buona borghesia britannica. La formazione originale della band comprende: il leader e cantante Peter Gabriel, il tastierista Tony Banks, Anthony Philips alla chitarra classica, Mike Rutherford alla chitarra elettrica e al basso e infine Chris Stewart alla batteria. Insieme registrano due album dagli esiti poco fortunati : l’ambizioso e quasi ignorato “From Genesis To Revelation” e il successivo “Trespass”, lavoro nel complesso più maturo grazie al delinearsi di quello stile che i critici definiscono come rock progressivo. Tuttavia la svolta vera e propria arriva solo nel 1971, a causa di diversi mutamenti fondamentali. Philips lascia il gruppo e al suo posto subentra Steve Hackett, virtuoso della chitarra. Inoltre si unisce al complesso un giovanissimo Phil Collins, in qualità di batterista. Con questo ben collaudato team, i Genesis raggiungono il successo in Europa nel periodo 1971-1974, sfornando tutta una serie di capolavori del prog. Capostipite di questi è proprio “Nursery Cryme”, che vede la luce il 12 novembre del ’71. Tale titolo allude alle filastrocche per bambini, tipiche della tradizione anglosassone e che caratterizzano la traccia d’apertura del disco, “The Musical Box”.

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Kind Of Blue

Credo che ogni musicista e buon ascoltatore, appassionato o professionista che sia, non debba necessariamente imporre limiti a ciò che ascolta. Io personalmente ho sempre il bisogno di abituare l’orecchio a sentire cose nuove. Ho spesso voglia di sperimentare sonorità inedite, di esplorare mondi sonori a me ignoti. Intendiamoci, con questo non voglio affatto dire che bisogna per forza ascoltare di tutto (compreso quello che non ci piace) ma solamente provare strade diverse dall’ordinario. Ritrovare il gusto della scoperta. Alla fine le scelte possono essere due: rimanere delusi da ciò che abbiamo trovato e ritornare sui propri passi oppure innamorarci di ciò che le nostre orecchie non avevano mai captato prima e buttarci a capofitto alla scoperta di un genere musicale pieno di sorprese. Un po’ come è successo a me quando mi sono imbattuto per la prima volta con Kind of Blue di Miles Davis. Fino a quel momento non mi ero mai avvicinato al jazz. Volete sapere la mia reazione dopo averlo udito dall’inizio alla fine? Tanto immenso stupore!

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